La Camargue: un’armonia spettacolare tra natura, colori e storia
La Camargue è qualcosa di unico. Un luogo dove mare, paesaggi, animali, entroterra, città e storia si fondono in un equilibrio che difficilmente si trova altrove.
I suoi colori e i suoi panorami sembrano usciti dal pennello di un pittore — e non è un caso: Vincent van Gogh, tra gli altri, rimase stregato da questa luce. Ma la Camargue non è solo bellezza visiva. È un territorio vivo, plasmato da forze naturali possenti e da secoli di presenza umana che, anziché snaturarla, l’hanno rispettata e tutelata.
Qui puoi vedere cavalli bianchi correre semiliberi tra le acque basse, il mare rosa delle saline accendersi al tramonto, tori neri pascolare indisturbati all’orizzonte. Non è una destinazione turistica nel senso comune del termine: è un laboratorio naturale a cielo aperto, capace di riempirti gli occhi come pochi altri posti al mondo.
E quando ci arrivi, capisci subito perché c’è chi ha dedicato una vita intera a proteggerla. E, sono sicura, che anche tu vorrai farne profondamente parte.
Ecco alcuni consigli pratici che spero vi permettano di organizzare al meglio il vostro viaggio in Camargue.
Come arrivare in Camargue
- In aereo: l’aeroporto più vicino è Nîmes Alès Camargue Cévennes ma spesso ha meno voli. Due alternative sono: Montpellier Méditerranée (a circa 1h di distanza e probabilmente il più comodo) e Marsiglia Provence (a 1h e mezza). Per trovare le tariffe migliori uso Google Flights: permette di confrontare i prezzi su più date e individuare la combinazione più conveniente. Da questi aeroporti, esistono degli autobus o treni che portano in varie stazioni ferroviarie da dove poi puoi proseguire verso Aigues-Mortes o Le Grau-du-Roi, oppure verso Arles, ma per chi arriva in volo, il mio suggerimento è di noleggiare un’auto.
- In treno: La soluzione più pratica è arrivare ad Arles oppure a Nîmes. Da Arles poi prendi il bus A50 per Saintes-Maries-de-la-Mer. Se invece arrivi a Nimes, prendi la linea ferroviaria regionale Nîmes – Le Grau-du-Roi, che passa anche da Aigues-Mortes. E’ chiamata la “linea della Camargue” perché offre degli interessanti scorci sulla regione. Per cercare le alternative ferroviarie più convenienti io uso sempre Trainline e Trainpal.
- In pullman: va bene per arrivare nelle città vicine come Arles e Nîmes, ma raramente ti porta direttamente nel cuore naturale della Camargue, ad eccezione della linea A50 che da Arles ti porta a Saintes-Maries-de-la-Mer. Se viaggiate in autobus vi conviene alternare autobus e treno in base alle tratte che intendete percorrere. Date un’occhiata al sito Envia per orari in generale per avere un’idea degli autobus e delle linee esistenti.
In sintesi, se vuoi fare un viaggio comodo e completo, conviene atterrare in aereo su Marsiglia o Montpellier e noleggiare un auto.
Come muoversi in Camargue
- L’auto è la soluzione più comoda. I trasporti pubblici sono molto limitati e non permettono di seguire un itinerario completo. Inoltre, richiedono molto tempo e rischiano di trasformare il viaggio in un tour de force.
- Ho visto tantissime persone spostarsi in bici tra un paese e l’altro della Camargue. Se il cicloturismo vi piace, allora va bene arrivare nelle città vicine come Arles e Nîmes in treno e poi iniziare la vostra pedalata. La Camargue è piatta e apparentemente semplice, ma molti luoghi interessanti sono sparsi tra stagni, saline, strade secondarie e zone naturali, quindi in ogni caso preparatevi a lunghe pedalate. All’interno della Camargue è possibile noleggiare biciclette (anche elettriche), che possono rappresentare una buona alternativa per i meno atletici. Nell’articolo vi darò ulteriori consigli su come organizzarvi.
- Con un tour organizzato: è l’opzione ideale per chi non vuole preoccuparsi della logistica. Numerose agenzie organizzano partenze da Arles, Avignone, Montpellier, Marsiglia, ma spesso sono tour di una giornata. Inoltre devi scegliere bene la base. Per la Camargue “selvaggia” meglio Arles; per saline e Aigues-Mortes meglio Montpellier/Nîmes. Io verifico sempre su siti come GetYourGuide o Civitatis eventuali disponibilità.
Come organizzare la visita in Camargue
- In estate è meglio prenotare con largo anticipo, non solo l’alloggio ma anche la visita guidata alle saline (soprattutto il trenino) e alle mura di Aigues-Mortes, se decidi di optare per queste soluzioni. Anche nei periodi di bassa stagione però, prenotare rimane un’ottima idea.
- Percorso: essendo tutto molto concentrato e vicino, non serve organizzarsi ogni giorno nel dettaglio, ad eccezione dei luoghi in cui è richiesta la prenotazione. Lasciatevi ispirare dal vento.
- Il Mistral è un vento forte che può soffiare in qualsiasi stagione. Può essere talmente intenso da non permettervi di camminare in linea retta! Date un’occhiata al meteo prima di partire.
- Attenzione alle zanzare! Questo è un consiglio fondamentale: se vai d’estate, porta con te un repellente potente, specialmente per il tramonto. Sono di casa nelle zone umide.
- Si mangia abbastanza presto rispetto ad altre zone d’Europa. Considerate che alcuni ristoranti chiudono alle 14 oppure alle 22. Tenetelo presente quando organizzate la giornata.
Quando andare in Camargue
- La stagione più viva inizia ad aprile e termina a ottobre. Negli altri mesi non tutte le attrazioni e i servizi sono disponibili. Ad esempio, le saline non sono accessibili nei mesi invernali, alcuni ristoranti e negozi rimangono chiusi e, ovviamente, non ci si può godere il mare e le spiagge. Il lato positivo è che ci sono meno turisti e tutto sembra più vero e selvaggio.
- Il periodo migliore per godervi la Camargue è maggio-giugno e settembre-ottobre, con clima mite e meno folla. Evita l’estate, se possibile (caldo umido, poca ombra e tantissimi turisti e zanzare), anche se proprio in quei mesi le saline raggiungono il loro massimo splendore e il mare è davvero meraviglioso. Devo dire, per esperienza diretta, che anche l’inverno è molto bello: tutto è più lento e sonnacchioso, con meno turisti e la natura in attesa di esplodere. Ovviamente, però, le giornate sono più corte, il clima è meno mite e non tutte le attrazioni e i ristoranti sono aperti.

Un po’ di storia sulla Camargue
Per capire davvero la Camargue, bisogna fare un passo indietro — anzi, qualche milione di anni indietro. Perché questo territorio unico è il risultato di un lunghissimo e straordinario equilibrio tra quattro forze opposte e complementari: la geologia, il fiume Rodano, il Mar Mediterraneo e l’uomo.
La Camargue è essenzialmente il delta del fiume Rodano, una costruzione geologica relativamente recente, frutto di una lunga e complessa storia.
La crosta terrestre, infatti, ha dovuto attraversare millenni di movimenti tettonici che hanno progressivamente creato una grande depressione naturale — una conca più bassa rispetto alle terre circostanti – un luogo perfetto in cui i sedimenti del fiume potessero accumularsi nei secoli. È lì che, poco a poco, ha preso forma il delta.
La Camargue che vediamo oggi è il prodotto di un confronto continuo tra due forze opposte. Da un lato il Rodano, che per migliaia di anni ha trascinato verso il mare enormi quantità di sabbia, limo e argilla erosi dalle Alpi. Quando il fiume raggiunge il Mediterraneo, rallenta bruscamente e tutti quei materiali si depositano, costruendo nuova terra. Dall’altro il Mar Mediterraneo, che ridistribuisce continuamente quei sedimenti attraverso onde, correnti e tempeste.
Solo quando il Mediterraneo si stabilizzò, circa 7.000 anni fa, iniziarono a formarsi gli ambienti che oggi riconosciamo: paludi, stagni, canneti e le sansouires (le distese di piante che vivono e prosperano nel sale).
Prima delle grandi opere di arginatura del XIX secolo, il delta era un territorio in perenne movimento. I rami del Rodano cambiavano corso di frequente, nuove terre emergevano dall’acqua e queste zone alluvionali — chiamate créments — venivano contese tra proprietari e comunità locali, alimentando dispute legali già nel Medioevo.
Un altro elemento chiave del paesaggio camargese sono i cordoni litoranei: lunghe strisce di sabbia che separano le lagune interne dal mare aperto (la Digue à la Mer ne è l’esempio più noto). Queste dighe naturali si sono formate grazie alla sabbia trasportata dal Rodano e poi ridistribuita dalla forza delle onde lungo la costa, accumulandosi in barriere parallele che nel tempo hanno protetto stagni e zone umide dall’azione diretta del mare.
Il paesaggio della Camargue non è monolitico. È un mosaico di habitat diversi, ciascuno con il proprio carattere, ma in perfetto equilibrio tra loro:
- Le Sansouïres sono le praterie salmastre, coperte da vegetazione alofila (ossia amante del sale) come la salicornia — chiamata localmente “sansoure” — che in autunno si tinge di rosso acceso, regalando panorami di rara bellezza. Sono il pascolo ideale per cavalli e tori.
- Gli stagni e le paludi (Étangs) sono specchi d’acqua salmastra o dolce, come il grande Étang de Vaccarès, vero cuore pulsante dell’intero ecosistema regionale.
- Le saline (Marais salants) sono le aree dove l’acqua di mare evapora per lasciare il sale. Quelle di Aigues-Mortes e Salin-de-Giraud sono spettacolari: l’acqua diventa rosa intenso grazie alla microalga Dunaliella salina, e sullo sfondo si stagliano vere montagne di sale bianco.
- Le zone umide d’acqua dolce, più vicine al fiume e alle risaie, sono dominate dai canneti — fondamentali per la nidificazione di decine di specie di uccelli.

Questa varietà di ambienti rende la Camargue uno dei siti ornitologici più importanti d’Europa. Posizionata su una delle principali rotte migratorie del continente, è una tappa obbligata per decine di migliaia di uccelli in transito o in svernamento. Tra il 2000 e il 2005 era il primo sito francese per numero di uccelli svernanti — circa 122.000 — e ospita quasi 300 specie. Nella sola riserva naturale dell’Étang de Vaccarès se ne contano 276, di cui 258 di interesse patrimoniale.
Il simbolo di tutto questo è il fenicottero rosa: vederlo in volo sulle saline, con quella luce bassa del tramonto, è una di quelle immagini che non si dimenticano.
Ma la Camargue non è solo uccelli. È anche il regno di due razze animali uniche, plasmate per secoli da questo ambiente estremo: il cavallo bianco della Camargue, intelligente e resistente come pochi, e il toro nero della Camargue, allevato allo stato semibrado e protagonista delle tradizioni e delle corse locali.
Questo mosaico di habitat — unico in Europa per ricchezza e delicatezza — non è però solo frutto della natura. È anche il risultato dell’azione dell’uomo.
La storia della Camargue è una lunga storia di conquista: delle terre sull’acqua, e poi della natura sull’uomo che cercava di dominarla.
Le prime tracce di presenza umana risalgono a epoche remotissime. I Liguri, popolazioni autoctone, sfruttavano già le lagune per la pesca: lo testimoniano i ritrovamenti di arpioni in rame, tridenti in ferro e pesi da rete in piombo.
Ma fu la colonizzazione greca a lasciare un’impronta più profonda. Intorno al VI secolo a.C., i Focei di Marsiglia eressero sulle coste un tempio dedicato a Diana Efesina, sull’isolotto che sarebbe poi diventato Saintes-Maries-de-la-Mer. Per i Greci questo luogo aveva qualcosa di inquietante: lo scrittore Esiodo, nel VII secolo a.C., considerava il delta del Rodano — insieme a quelli del Po e del Reno — una delle porte dell’Inferno. Un territorio sospeso tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Arrivarono poi i Romani, che diedero un impulso decisivo all’economia locale. Fu un ingegnere romano di nome Peccius, agli albori dell’era cristiana, a organizzare la prima grande produzione di sale nelle paludi che ancora oggi portano il suo nome: le paludi di Peccais, vicino ad Aigues-Mortes. Il sale — l'”oro bianco” — divenne da allora una risorsa strategica per l’intera regione.
Altrettanto vitale era la pesca. Si cacciavano tonni e innumerevoli altre specie, poi conservate sotto sale e spedite in tutto il Mediterraneo. In alcune zone poco profonde si praticava una tecnica chiamata “segado“: i pescatori avanzavano lentamente trascinando le reti, e i pesci nascosti nel fango emergevano all’improvviso nel tentativo di sfuggire. Una scena così insolita da ispirare una leggenda riportata da Tito Livio, secondo cui i pesci sembravano nascere direttamente dalla terra, come se spuntassero sotto il vomere di un aratro.
Ma fu con il Medioevo che la Camargue entrò nella sua epoca più leggendaria — fatta di incursioni, miracoli e grandi opere che avrebbero segnato il territorio per sempre.

Il VI secolo segnò la nascita della tradizione che avrebbe reso celebre Saintes-Maries-de-la-Mer. Nel 513, il vescovo san Cesario di Arles, per cristianizzare un territorio ancora legato ai culti pagani, trasformò l’antico tempio greco dedicato a Diana in un luogo di culto cristiano, dedicato a Sancta Maria de Ratis (Nostra Signora della Zattera), in memoria di uno degli approdi più leggendari della storia cristiana.
Si narra, infatti, che nel 40 d.C. una barca senza vele né remi giunse su queste coste portando le tre Marie — Maria Salomè, Maria Jacobé e Maria Maddalena — insieme alla loro serva Sara, dalla pelle scura. Quest’ultima divenne Sara la Nera (Sara-la-Kali), la santa protettrice dei Gitani di tutto il mondo.
Leggenda e fede qui si fondono in modo inscindibile, e la forza di questa storia è tale che ancora oggi i gitani d’Europa compiono il viaggio fino in Camargue per venerarla.
Il 24 e 25 maggio migliaia di Rom e gitani si riversano nel villaggio per portare in processione la statua di Sara fino al mare, seguita il giorno dopo da due delle tre Marie. In quei giorni l’aria cambia, non è più solo quella della Provenza: si riempie dei trilli del flamenco, del battito dei tacchi e del suono profondo delle chitarre. Non ho avuto ancora la fortuna di esserci, ma vedere la devozione cattolica provenzale fondersi con il lamento del cante jondo dev’essere un’emozione fortissima. In quei giorni, la Camargue smette di essere Francia, e diventa la culla dell’anima gitana spagnola.
È questo, forse, il cuore dell’enigma culturale che è la Camargue: il punto esatto in cui il Sud della Francia si lascia conquistare dall’anima iberica, creando un mix esplosivo e affascinante che non ha eguali in Europa. Se vuoi sapere di più su questa storia curiosa, dai un’occhiata all’articolo dedicato a Saintes Maries de la Mer.
Ma il Medioevo non fu solo leggende. Fu anche un periodo di incursioni, violenze e difesa a oltranza del territorio che portarono alla costruzione di torri di avvistamento e chiese fortificate. Per proteggersi dalle invasioni, nel IX secolo iniziò la trasformazione della chiesa di Saintes-Maries: quella che oggi domina il villaggio ha ancora l’aspetto severo di una fortezza, e non è un caso.
In quegli stessi secoli, i monaci benedettini prima e cistercensi poi avviarono le prime grandi opere di bonifica: prosciugarono le paludi, lavorarono la terra e fondarono le cosiddette “abbazie del sale“. Pochi ruderi ne restano oggi, ma non immaginatevi luoghi di culto nel senso classico del termine — erano veri e propri centri di amministrazione agricola, che sfruttavano con sapienza le risorse naturali della Camargue.
Nel 1200, re Luigi IX scelse Aigues-Mortes come porto di Francia — Marsiglia, all’epoca, non era ancora sotto la corona francese. La regione acquisì improvvisamente un ruolo strategico: porto commerciale, crocevia di merci, e polo organizzato per l’estrazione del sale su larga scala.
Quando Marsiglia fu poi annessa al regno, il ruolo della Camargue come area portuale si esaurì e la regione divenne un luogo concentrato sulla coltivazione, l’allevamento e l’estrazione del sale.
Con il passare dei secoli, la terra si concentrò nelle mani di pochi. Tra il XVIII e il XIX secolo, nuovi ricchi proprietari — spesso commercianti e armatori di Marsiglia — acquistarono i grandi mas, le masserie locali: solide costruzioni in pietra dura, circondate da scuderie e campi, ancora oggi simbolo del paesaggio rurale camargese. Questi nuovi proprietari introdussero l’allevamento ovino e la coltivazione intensiva del grano.
Fu in questo stesso periodo che, per soddisfare gli appassionati di tauromachia più esigenti, arrivarono dalla Spagna i tori di razza brava: l’inizio delle corride camarghesi, una tradizione che ancora oggi è parte viva dell’identità di questo territorio.

Effettivamente, arrivando in Camargue, è quasi impossibile non pensare all’ Andalusia: ovunque si incontrano le manades (mandrie) di tori neri, che pascolano liberi, sorvegliate dai gardians— i cowboy locali — in sella ai loro magnifici cavalli bianchi…passione spagnola e eleganza provenzale, in un paesaggio che sembra fatto apposta per contenerle entrambe.
Attraversando la regione, noterete facilmente come la cultura gitana abbia avuto un impatto importante su questo territorio. Questa doppia identità si scontra e si fonde nel modo più spettacolare nella cultura taurina.
Questo incontro di culture è ben visibile se entrate in un’arena come quella di Arles o di Saintes-Maries-de-la-Mer e assistete alla Course camarguaise. Non aspettatevi sangue e mantelli in stile spagnolo. Qui il toro (biòu) è il re. Dei giovani atleti, chiamati raseteurs, cercano di strappargli una coccarda e dei fiocchi legati alle corna, sfidandolo a colpi di agilità. Il toro non viene ucciso e, se è particolarmente valoroso, diventa una star acclamata dal pubblico. È uno sport, un rito di coraggio, dove si celebrano la vita e l’astuzia.
Il risultato? Una convivenza pacifica e unica. I francesi hanno adottato la tradizione spagnola senza snaturarla, e gli spagnoli rispettano quella francese. È l’unico posto al mondo dove, nello stesso pomeriggio, potreste mangiare baguette ed escargots in compagnia di un torero andaluso.
Arrivò poi il XIX secolo che segnò una svolta epocale nell’equilibrio camarguese. Per secoli, gli uomini avevano dovuto piegarsi alla forza del Rodano. Il XIX secolo cambiò tutto. Con l’era industriale e l’impulso di Napoleone III, lo Stato finanziò la costruzione di grandi opere idrauliche per domare il fiume, proteggere le terre coltivabili e mettere al sicuro gli animali.
Nel 1859 fu eretta una diga per bloccare la risalita dell’acqua salata dal mare; dieci anni dopo il Rodano fu arginato per contenere le inondazioni. La Camargue divenne così un’isola vera e propria, racchiusa tra i due bracci del fiume e il mare, con un paesaggio trasformato in modo permanente.
Tra il 1870 e il 1942 fiorì la viticoltura. E qui la Camargue riservò una sorpresa: mentre la fillossera devastava i vigneti di tutta Europa, quelli camarghesi rimasero intatti. Le frequenti inondazioni sommergevano le radici e uccidevano il parassita prima che potesse fare danni. Fu in questo periodo che prosperarono grandi tenute agricole, come il Castello d’Avignone — oggi visitabile con visite guidate — acquistato da Louis Prat-Noilly, il celebre produttore del vermouth Noilly Prat. Quesste tenute non erano castelli da cartolina: erano proprietà agricole serie, dotate dei primi strumenti ingegneristici per la gestione dell’acqua e delle coltivazioni.
È in questo contesto che emerge una delle figure più affascinanti della storia camarghese: il marchese Folco de Baroncelli-Javon (1869–1943). Nato ad Avignone da una famiglia dell’aristocrazia fiorentina, si innamorò della Camargue da bambino e decise di dedicarle la vita. Nel 1893, a soli 24 anni, acquistò le sue prime bestie; l’anno dopo fondò la Manado Santenco a Saintes-Maries, dove si stabilì definitivamente nel 1899 — scegliendo la vita del gardian al posto dei salotti dell’aristocrazia.

Baroncelli si dedicò a preservare la lingua, i costumi e le tradizioni Camarguesi, ricostituendo la razza pura del toro camarghese (che si era mescolata con tori spagnoli importati per la corrida), fondò la Nacioun Gardiano (un’associazione per preservare le tradizioni equestri) e fece creare la Croce Camarguese, un simbolo che ancora oggi rappresenta le tre virtù dei Camarguesi: la Fede (i tridenti dei gardians), la Speranza (l’ancora dei pescatori) e la Carità (il cuore delle Sante Marie).
Baroncelli dedicò la sua vita a preservare la lingua, i costumi e le tradizioni della Camargue. Ricostituì la razza pura del toro camarghese, che nel tempo si era mescolata con i tori spagnoli importati per la corrida, fondò la Nacioun Gardiano — un’associazione per proteggere le tradizioni equestri — e promosse la creazione della Croce Camarguese, simbolo che ancora oggi racchiude le virtù di questo popolo.
A differenza di molti simboli regionali che si perdono nella notte dei tempi, la Croce Camarguese ha una data di nascita precisa e una storia ben documentata, legata all’affascinante figura del marchese Folco de Baroncelli-Javon.
Come sappiamo, agli inizi del Novecento, il marchese de Baroncelli, poeta, scrittore e appassionato manadier (allevatore di tori), si dedicò con passione alla difesa dell’identità della Camargue.
Nel 1924, Baroncelli ebbe l’idea di creare un simbolo che rappresentasse questa “nazione” di gardians (i cowboy a cavallo) e pescatori. Affidò il compito all’amico, il pittore e illustratore parigino Hermann-Paul, che all’epoca soggiornava spesso in Camargue.
Hermann-Paul realizzò il disegno, ma fu durante la fase di realizzazione che avvenne un importante cambiamento. Il fabbro di Saintes-Maries-de-la-Mer, Joseph Barbanson, incaricato di forgiare la prima croce nel suo laboratorio in quella che oggi è Place du Grenier à Sel, suggerì di sostituire i tre gigli (fleurs-de-lys) inizialmente previsti alle estremità con tre tridenti, simbolo più autentico dei gardians.
La Croce Camarguese è un concentrato di simbolismo. La sua forma fonde tre elementi distinti, che rappresentano le tre virtù teologali del Cristianesimo e, allo stesso tempo, le tre componenti fondamentali della società camarghese.
⚓ Ancora
Rappresenta i pescatori. La base della croce è un’ancora, che richiama i pescatori del Mediterraneo e delle lagune, un’attività storica del villaggio.
Virtù cristiana: la Speranza.
❤️ Cuore
Rappresenta le Saintes Maries. Al centro della croce spicca un cuore. È il simbolo delle tre Marie (Maria Jacobé, Maria Salomé e la loro serva Sara), venerate nella chiesa-fortezza, e della carità divina.
Virtù cristiana: la Carità.
🔱 Tridenti
Rappresentano i gardians. Le tre estremità della croce terminano con tridenti, l’attrezzo tradizionale che i gardians usano per guidare e radunare le mandrie di tori nei pascoli.
Virtù cristiana: la Fede.
In questa sintesi perfetta, la Croce Camarguese incarna quindi l’anima triplice della regione: i pescatori che solcano le acque, i gardians che dominano la terra con i loro cavalli e tori, e la profonda spiritualità che si respira a Saintes-Maries-de-la-Mer, luogo di pellegrinaggio millenario.
Potete trovare la Croce Camarguese un po’ ovunque… sulle chiese, sugli edifici, sui portoni. È veramente molto sentita dalla popolazione locale. Ma se volete vedere la copia della croce originale dovrete recarvi a Pont du Mort, all’ingresso ovest del paese, sulla strada per Aigues-Mortes.
Ma Baroncelli fu anche un uomo di straordinaria umanità e coraggio civile. Prese le difese delle minoranze oppresse, sostenendo i gitani e il loro pellegrinaggio, ottenendo dall’arcivescovo che la statua di santa Sara potesse essere portata in processione al mare — cosa che accadde per la prima volta nel 1935. Fino ad allora, ai Rom era vietato persino entrare in chiesa.
Folco de Baroncelli morì nel 1943 e fu sepolto nelle rovine del Mas du Simbèu, la sua amata tenuta. Ancora oggi, ogni 26 maggio, i Camarguesi e i gitani vengono a rendere omaggio ad un uomo che aveva scelto di stare sempre dalla parte degli ultimi.
L’avvento del XX secolo portò con sè nuove trasformazioni radicali. Durante la Seconda Guerra Mondiale, fu introdotta la coltivazione del riso, che esplose dopo il Piano Marshall del 1946. Le risaie cambiarono ancora una volta il volto della Camargue, sostituendo in parte i pascoli tradizionali.

Nel frattempo l’allevamento del montone Merinos d’Arles, centrale nell’economia locale, andò progressivamente declinando, lasciando spazio alle manades di cavalli e tori — diventate il simbolo più autentico e riconoscibile della Camargue.
In Camargue ci sono case che sembrano uscite da un altro tempo: sono le cabane, le abitazioni tradizionali dei gardians, i guardiani di tori e cavalli che da secoli vivono in queste terre difficili. A prima vista possono sembrare semplici capanne, ma in realtà ogni dettaglio è il risultato di un equilibrio preciso con l’ambiente.
La loro forma è inconfondibile: il retro arrotondato, quasi come una barca rovesciata, non è una scelta estetica ma una necessità. Serve a resistere al Mistral, il vento impetuoso che soffia spesso in questa regione. Anche l’orientamento ha un senso: l’ingresso è quasi sempre rivolto a sud, per proteggersi dalle raffiche più forti.
I materiali raccontano il territorio: legno, calce bianca e soprattutto le canne palustri (chiamate sagne), utilizzate per creare tetti spessi e isolanti. Il bianco dei muri, oltre a essere caratteristico, riflette la luce intensa del sole e aiuta a mantenere gli interni più freschi durante l’estate.
Molte cabane che si vedono oggi sono ancora autentiche, altre sono state ricostruite nel tempo, soprattutto dopo le frequenti alluvioni del Rodano, ma conservano la stessa logica di sempre. Alcune sono state trasformate in alloggi turistici e sono un’ottima opzione se volete un pernottamento diverso dal solito.
Oggi le puoi trovare nelle campagne vicino alle mas (le fattorie), soprattutto attorno a Saintes-Maries-de-la-Mer.
Questi paesaggi selvaggi e le tradizioni così affiscinanti iniziarono piano piano ad attrarre sempre più turisti e con loro anche nuove minacce.
La fragilità di questo territorio divenne evidente, e con essa la necessità di proteggerlo. Nel 1927 era già stata istituita la prima Riserva Naturale Nazionale della Camargue — la più grande della Francia metropolitana — ma nel 1970 fu creato anche il Parco Naturale Regionale, con il compito di preservare la biodiversità e le attività tradizionali, cercando un equilibrio difficile tra sviluppo econonmico e tutela ambientale.
Un equilibrio che non è mai dato per scontato. Oggi nella Camargue convivono gardians, manadiers, risicoltori, salinari, cacciatori e ambientalisti, spesso con obiettivi divergenti.
E a queste tensioni interne si aggiungono minacce esterne: l’inquinamento industriale — come il biossido di zolfo proveniente dalla zona industriale di Fos-sur-Mer, spinto dai venti — e la pressione di circa un milione di visitatori all’anno.
Eppure la Camargue resiste, e il mondo la riconosce. È Riserva della Biosfera UNESCO per 193.000 ettari, Zona umida di importanza internazionale secondo la Convenzione di Ramsar per 114.000 ettari, e parte della rete europea Natura 2000.
La Camargue è tutto questo insieme: un territorio dove il passato non è mai davvero passato, dove ogni duna, ogni stagno, ogni toro nero racconta una storia millenaria di resistenza e adattamento. Non è un luogo che si lascia spiegare facilmente. Ve ne accorgerete da soli — è un equilibrio, un incontro, una composizione. È, a tutti gli effetti, un capolavoro.
Cosa fare in Camargue
Come avrete capito, la Camargue è un capolavoro estremamente fragile, costruito su un equilibrio delicato e millenario. Visitarla richiede un approccio consapevole e rispettoso — non è un parco a tema, è un territorio vivo.
Non è nemmeno una regione compatta: è un mosaico di paesaggi che cambiano continuamente. A nord si aprono le risaie e le fattorie, al centro dominano gli stagni e gli uccelli, a sud il paesaggio si fa più aspro con il mare, il sale e il vento. La parte ovest è la più turistica e accessibile, quella est la più selvaggia e silenziosa.
La mappa qui sotto vi permetterà di orientarvi rapidamente tra le principali attrazioni. L’ho scaricata dal sito del turismo di Saintes-Maries-de-la-Mer, a cui vale la pena dare un’occhiata, anche per chi vuole approfondire prima della partenza.

Più che visitarla, la Camargue si attraversa lentamente, lasciandosi sorprendere dalle trasformazioni del paesaggio e godendosi i cambiamenti nel corso della giornata — la luce del mattino sugli stagni non ha nulla a che fare con quella del tramonto sulle saline.
Molte persone che hanno visitato la regione, una volta tornati a casa, l’hanno liquidata con un “sì, carina, ma niente di speciale“. Ogni volta che sento questa frase, mi si stringe il cuore. Approfondendo, ho scoperto che quasi sempre dietro quelle parole si nascondono gli stessi errori banali, ma capaci di cambiare completamente l’esperienza.
Ho cercato di raccogliere tutto ciò che ho imparato nei miei viaggi in Camargue — i luoghi, i ritmi, le sfumature — e ho aggiunto i cinque errori più frequenti che ho sentito raccontare, così che non possiate ripeterli. Non posso accettare che torniate a casa con un “niente di speciale” sulle labbra.
Come prima cosa: contate almeno tre giorni. Sono il minimo indispensabile per vedere i luoghi più iconici senza correre. E organizzate le giornate con un approccio lento e immersivo — in coerenza, del resto, con quello che la Camargue stessa vi chiederà di fare.

Di seguito trovate le principali attrazioni da vedere, con qualche suggerimento su tempi e orari per godervi al meglio ogni tappa del viaggio:
- Saintes-Maries-de-la-Mer: è la porta della Camargue. Saintes-Maries è molto piccola: il centro si visita velocemente. Considera due ore per passeggiare tra le case bianche, entrare nella Église Notre-Dame-de-la-Mer, salire sulla terrazza-tetto della chiesa e fare una passeggiata sulla spiaggia. Il mio consiglio è di andarci al tramonto: è il momento in cui il posto ha più atmosfera, la luce è perfetta e la folla si dirada. Di giorno, soprattutto d’estate, può essere piuttosto caotica. Aggiungete almeno un’ora in più se volete fermarvi a mangiare — e vi consiglio di farlo assolutamente. Per organizzare meglio la visita, potete trovare itinerari, escursioni e consigli pratici nella nostra guida completa a Saintes-Maries-de-la-Mer.
- Digue à la Mer: è una passeggiata in bici o a piedi, dove poter essere circondati da mare e stagni allo stesso tempo. D’estate evitate le ore centrali della giornata; negli altri periodi dell’anno il mezzogiorno va benissimo. Il tratto più classico è quello da Saintes-Maries-de-la-Mer al Phare de la Gacholle, circa 12 km, ma non è obbligatorio percorrerlo tutto. Un avvertimento: se soffia il Mistral, può diventare davvero impegnativa. Io ci ho provato e dopo 2 km ho desistito. Tenetelo presente quando organizzate la giornata. Ad ogni modo qui trovate ulteriori consigli e indicazioni pratiche.
- Parco Ornitologico del Pont de Gau: Il momento migliore per visitarlo è la mattina: gli uccelli sono più attivi, la luce è più morbida e ci sono meno visitatori. Se vuoi assicurarti di vedere i fenicotteri, non preoccuparti: si vedono quasi sempre, ma la mattina si muovono di più, si alimentano e si alzano in volo più spesso. Io entrerei all’apertura (controlla qui gli orari sul sito). Calcolate due ore per il percorso breve, quattro se volete esplorare anche la parte più selvaggia. Il biglietto è valido tutta la giornata, quindi nulla vi impedisce di tornare anche al tramonto, ma dovete essere all’ingresso prima della chiusura, quindi guardate sempre gli orari. Trovi tutti i consigli nel mio articolo dedicato al parco.
- Parco Regionale della Camargue: il cuore della Camargue è proprio il suo territorio. Oltre all’incredibile varietà dei paesaggi, qui potrai davvero goderti il contatto con la natura. Ecco come:
- Avvistamento di cavalli e tori liberi: non sono animali completamente selvatici (appartengono alle manades, ossia alle mandrie allevate allo stato brado). In estate il momento migliore per vederli è la mattina presto o il tardo pomeriggio, quando il caldo si attenua e escono a pascolare. Negli altri periodi dell’anno li si incontra facilmente anche di giorno. Se volete massimizzare le possibilità, percorrete lentamente la D36B lungo l’Étang de Vaccarès, oppure le strade tra Saintes-Maries e Aigues-Mortes, o ancora addentratevi nelle strade meno battute della zona. Sono i posti dove è più facile incontrarli.
- Passeggiate a cavallo e visite a manades locali: sono esperienze piacevoli e a contatto diretto con questi animali straordinari. Possono durare da solo un paio d’ore a una giornata interna, ma sappiate che le guide parlano quasi sempre solo francese, e l’atmosfera, in alcuni casi, tende a essere piuttosto turistica. Non sto dicendo di non farle, perché è sempre bello poter vivere da vicino questi animali, ma non aspettatevi qualcosa di selvaggio. Date un’occhiata a queste proposte, ma potete anche verificare al centro del turismo di Saintes-Maries o Aigues-Mortes, oppure su Get your guide, e cercate l’opzione che fa per voi.
- Biciclettata tra gli stagni e le manades: la Camargue in bici è bellissima, perché è quasi tutta piatta, ma va organizzata bene – le distanze sembrano facili sulla carta, però ci sono vento, sole, pochissima ombra e tratti abbastanza isolati. Secondo me è perfetta se la vivi lentamente, non come una tappa sportiva per “macinare chilometri”. Esistono tantissimi bike rent in tutta la regione e non vi mancheranno nemmeno le occasioni per noleggiare una bici elettrica se lo desiderate. Nei centri del turismo o sul sito del parco potete trovare degli itinerari da seguire (vedi sotto).
- Saline di Aigues-Mortes: sono molto più belle nel pomeriggio e nei mesi estivi. Il rosa dell’acqua infatti dipende dalla concentrazione di sale nelle vasche e si intensifica verso il periodo della raccolta, che avviene ogni autunno. In generale però, con il sole alto o nel tardo pomeriggio il rosa è più intenso, i contrasti sono più forti e le montagne di sale sono spettacolari. Vi suggerisco di entrare intorno alle 16:00 o comunque in prossimità del tramonto. Considerate almeno due ore. C’è anche un trenino molto carino che porta nelle aree più interessanti: se optate per questa soluzione, prenotate in anticipo online, per telefono o recandovi in loco qualche giorno prima.
- Aigues-Mortes: è una città piccola ma straordinariamente scenografica, grazie alle sue mura medievali perfettamente conservate. Calcolate almeno 2 ore per camminare sulle mura (1,6 km), visitare la Torre di Costanza, girare per le vie del centro e osservare le saline dall’alto. Il mio consiglio è di abbinarla alla visita alle saline, così da ottimizzare la giornata — e di chiudere con una sosta in uno dei suoi ristoranti… non puoi perderti i loro piatti di pesce fresco!

Ecco invece i 5 errori più frequenti. Considerateli attentamente perché possono davvero dare un altro senso al vostro viaggio.
Visitare la Camargue nelle ore sbagliate della giornata: il paesaggio della Camargue cambia completamente in base alla luce. A mezzogiorno, d’estate, il caldo può essere intenso, al punto che gli animali preferiscono stare nascosti e la luce piatta del mezzogiorno non vivacizza i colori – il paesaggio diventa quasi monotono. La Camargue, invece, dà il meglio di sé la mattina presto oppure nel tardo pomeriggio, quando l’acqua riflette il cielo, gli animali escono e i colori si fanno più profondi. Fanno eccezione solo le saline, il cui rosa brilla proprio nelle ore centrali della giornata, però preparatevi a caldo estremo in estate.
Pensare che sia una destinazione “da vedere velocemente”: molti arrivano, visitano Saintes-Maries-de-la-Mer, fanno una foto dall’auto e via. Ma la Camargue non è fatta di monumenti. È fatta di spazi, acqua e silenzi. Bisogna guidare piano, fermarsi, passeggiare, osservare e abbandonarsi al suo ritmo.
Non uscire dalle strade principali: se restate solo sulla D570 e sulle strade principali vedrete solo una piccola parte della Camargue. I paesaggi più belli si trovano sulle strade secondarie, lungo le stradine agricole, ai bordi degli stagni. È lì che si incontrano cavalli, tori e uccelli. Ma per farlo bisogna camminare, pedalare e spingersi oltre. I panorami che ricordo meglio li ho trovati infilandomi volutamente nelle strade meno battute verso Salin-de-Giraud. La natura più selvaggia ha sempre qualcosa in più.
Non prepararsi al vento e alle zanzare: sono due elementi “costitutivi” della Camargue, nel bene e nel male. Il Mistral può essere fortissimo — vi confido che è il vento più forte che abbia mai affrontato in vita mia. In inverno e nelle mezze stagioni può essere davvero limitante. Porta con te una giacca antivento e qualcosa per ripararti la testa. E cosa dire delle zanzare? Fanno parte del paesaggio… e non in senso romantico. In estate porta sempre un repellente serio e anche un abbigliamento che ti protegga se decidi di visitare le zone stagnanti al tramonto. Ho letto che in Camargue si dice: “Zanzare, mosche e Mistral ci proteggono dai forestieri”. Un po’ di verità c’è.
Cercare solo i “posti Instagram”: la maggior parte dei viaggiatori arriva per le saline rosa e i fenicotteri. Ma la Camargue più autentica è spesso altrove: nelle risaie, negli stagni silenziosi, nelle strade isolate, nelle fattorie. I momenti più belli, spesso, sono quelli in cui non succede nulla di particolare. Solo vento, acqua e cielo.
Visitare la Camargue in bici senza preparazione: la Camargue è uno dei territori più belli da scoprire in bicicletta. Guardando la mappa sembra tutto facile: il paesaggio è piatto, le distanze non sembrano enormi e non ci sono grandi salite. In realtà, qui la vera difficoltà non è il dislivello, ma il vento, il sole, la poca ombra e alcuni tratti molto esposti tra stagni, saline, canali e strade secondarie. Proprio per questo, il modo migliore per vivere la Camargue in bici è scegliere un circuito ciclabile adatto al proprio ritmo.
Da Saintes-Maries-de-la-Mer potrete scegliere tra la Digue à la Mer – tra mare, lagune, fenicotteri e orizzonti aperti-, il Circuit Gacholle e il Circuit du cheval Camargue et du riz. Nella parte occidentale, tra Aigues-Mortes, Le Grau-du-Roi, Vauvert e Gallician, ci sono percorsi più facili e adatti anche alle famiglie, come la voie verte Vauvert-Gallician e le boucles della Camargue Gardoise. Per organizzare bene il percorso, vi consiglio di consultare prima alcuni siti utili. Il più importante è quello del Parc naturel régional de Camargue, dove trovate diversi itinerari ufficiali con mappe e schede pratiche. Per i percorsi con partenza da Saintes-Maries-de-la-Mer, è molto comodo il sito Le Vélo Saintois, che descrive circuiti come Gacholle e Méjanes, indicando distanza, durata e tipo di terreno. Per la parte occidentale della Camargue, invece, guardate i percorsi della Petit Camargue, Camargue Gardoise e della ViaRhôna. Rimangono sempre validi ovviamente il sito ufficiale del ciclotursimo francese, Komoot o Outdooractive.
Il segreto, alla fine, è cambiare ritmo. La Camargue non è una destinazione da lista di cose da fare. È un paesaggio in cui addentrarsi — o da cui lasciarsi attraversare.
Itinerario di 3 giorni in Camargue (con auto), da ovest a est
L’itinerario che vi condivido è quello che ho seguito io, affinato nel tempo con qualche accorgimento che solo l’esperienza sa suggerire, ma sempre nel segno del rispetto e della delicatezza che questo posto merita.
Non seguitelo alla lettera: lasciatevi ispirare dalla giornata, dalla luce, dai colori — e da chi incontrerete lungo la strada.

Giorno 1: Benvenuti in Camargue!
- Mattina: a spasso nel tempo ad Aigues-Mortes. Questa città fortificata è un gioiello medievale: perdetevi tra i suoi vicoli, ma soprattutto salite sulle mura — l’imponente cinta muraria regala una vista spettacolare sulla città e sulle saline che la circondano.
- Pranzo: fermatevi in uno dei caratteristici ristoranti all’interno delle mura, magari a Le Galion, è sempre una certezza.
- Pomeriggio: il rosa surreale delle saline di Aigues-Mortes. A pochi passi dalla città, visitare le saline di Aigues-Mortes è d’obbligo. Lo spettacolo delle distese d’acqua rosa — il colore è dovuto a un’alga che prolifera soprattutto in estate — che si stagliano contro il cielo azzurro, con le montagne di sale bianco sullo sfondo, è qualcosa di unico. Potete visitarle a piedi, in bici o con il simpatico trenino che racconta il processo di produzione del sale. La guida, nonchè autista, parla solo francese, ma avrai a disposizione un’audioguida in tantissime lingue.
- Tardo pomeriggio: un’altra Camargue. Se il tempo lo permette, concedetevi una deviazione alla Plage de l’Espiguette: una spiaggia selvaggia e sconfinata di sabbia fine, perfetta per una passeggiata rigenerante o un ultimo bagno nel Mediterraneo. In alternativa, prova una delle tante crociere sui canali che partono da Aigues-Mortes, offrono una prospettiva completamente diversa su questo territorio.
- Sera: vi consiglio di cenare a Le Grau-du-Roi — io ho mangiato benissimo da Aux Délices de la Mer.
E’ un ristorante semplice, centrato sul pesce.

Giorno 2: il cuore
- Mattina: alla scoperta del cuore naturalistico della Camargue. Il Parco Ornitologico del Pont de Gau è un’esperienza imperdibile: si cammina su passerelle in legno tra centinaia di fenicotteri rosa, aironi e altre specie in totale libertà. Prevedete almeno due o quattro ore, in base al percorso che sceglierete, ma sappiate che i biglietti sono validi tutta la giornata — potete entrare, uscire e rientrare quando volete. Vale la pena tenerlo a mente per un motivo preciso: tornare la sera per assistere alla sfilata dei fenicotteri al tramonto è qualcosa di magico. L’abbiamo fatto anche noi, e non ce ne siamo pentiti.
- Pranzo: scegli un ristorante nel centro di Les Saintes-Maries-de-la-Mer. Ci sono diverse opzioni, ma per pranzo io opterei per Rico & Rocco oppure per La Casita.
- Pomeriggio: la Digue à la Mer. Noleggiate una bici — o fate una passeggiata a piedi se avete voglia — e percorrete questo sterrato di 12 km che costeggia la riserva naturale regalando panorami incredibili sulle lagune e sul mare. La meta ideale è il suggestivo Faro della Gacholle. A piedi sono circa cinque ore, in bici è molto più semplice. Un avvertimento: se soffia il Mistral, valutate attentamente la fattibilità. In generale, con il vento contro, avere una bici elettrica non è un lusso — è quasi una necessità.
- Tardo pomeriggio: una passeggiata nel centro di Saintes-Maries-de-la-Mer e lungo il lungomare chiude la giornata nel modo giusto.
- Sera: cenate in uno dei locali con vista sul mare. Il Belvedere è un’istituzione, ma ci sono tantissime altre soluzioni interessanti!

Giorno 3: natura selvaggia
- Mattina: la Camargue più autentica. Percorrete la strada panoramica D570 / D85A / D36B per ammirare cavalli e tori che pascolano nei campi ai lati della strada e dirigiti verso Salin-de-Giraud. Se volete aggiungere qualcosa di speciale al percorso, non perdetevi il Bac du Sauvage: il traghetto chiatta – a pagamento- che attraversa in qualche minuto il Petit Rhône, uno dei due bracci del Rodano. È un dettaglio piccolo, ma ha il suo fascino e accorcia significativamente il tragitto. Potrete poi gestire il ritorno completamente su strada.
- Pranzo: lasciate perdere i locali turistici e scegliete un ristorante in un mas. La Manade des Baumelles — che offre una cucina gourmet e anche visite della proprietà — o La Telline, immerse nella riserva naturale, sono due istituzioni.
- Pomeriggio: il Museo della Camargue è perfetto per un recap della storia e delle tradizioni di questo territorio unico. Situato al Mas du Pont de Rousty, sulla strada per Arles, questo museo etnografico racconta il rapporto millenario tra l’uomo e questo ambiente: le zone umide, l’agricoltura, l’allevamento, le tradizioni. Calcolate almeno un’ora per visitarlo con calma. Essendo sulla strada versso Arles, può essere anche una tappa intermedia sulla strada del ritorno a casa.
- Tardo pomeriggio: vivi la Camargue come un vero gardian con una passeggiata a cavallo tra le zone umide o addirittura al galoppo sulla spiaggia. Oppure ancora vai alla scoperta di una manade. Ci sono tantissimi centri che organizzano escursioni per tutti i livelli, e diversi mas o manades che propongono visite con una piccola degustazione di prodotti locali. Non nascondo che le trovo un po’ turistiche — e le spiegazioni sono quasi sempre solo in francese — ma rimangono un bel modo per avvicinarsi alla vita dei mandriani e alla Camargue di tutti i giorni.
- Cena: se siete in visita a un mas o a una manade, la soluzione più bella è fermarsi direttamente lì per la degustazione. Un modo perfetto per chiudere il viaggio come si deve.

Le possibilità, in realtà, non finiscono qui. Se avete tempo prima di rientrare, la Camargue ha ancora molto da offrire: la spiaggia selvaggia di Beauduc per un po’ di mare, una giornata balneare a Le Grau-du-Roi (magari in bici da Aigues Mortes), ancora un po’ di rosa a Salin-de-Giraud, o una sosta più tranquilla a Port-Saint-Louis-du-Rhône e nei suoi dintorni. E se passate da queste parti tra fine aprile e inizio maggio, fermatevi davanti alle risaie allagate nella zona nord del parco: per un momento, non capirete più dove finisce la terra e dove comincia il cielo.
Qualunque scelta facciate, vedrete: la Camargue non delude, se sapete andare al suo ritmo.
Per chi ha più giorni e voglia di camminare o pedalare, ho aggiunto di seguito alcuni sentieri escursionistici davvero imperdibili.

Sentieri escursionistici aggiuntivi
Se avete tempo e voglia di esplorare di più, ecco altri percorsi che vale la pena fare, in bici o a piedi:
1. Sentiero dell’Étourneau (Palude di Vigueirat)
Si tratta di una combinazione di 3 percorsi che, in totale, coprono 6 km di sentieri su passerelle di legno che sembrano galleggiare sull’acqua. Attraverserai 5 habitat diversi — foresta ripariale, canneto, palude salmastra, duna e pianura costiera — con postazioni di osservazione per il birdwatching.
Per raggiungerlo, dirigetevi verso Marais du Vigueirat, Mas Thibert, tra Arles e Port-Saint-Louis-du-Rhône. Da lì troverai le indicazioni.
2. Sentiero del Pont de Rousty
Proprio adiacente al Museo della Camargue, si estende un sentiero ad anello di circa 3 km. Costeggia il Canale di Rousty e attraversa risaie, paludi e prati, con punti panoramici e osservatori per avvistare aironi, anatre e trampolieri.
3. Domaine de la Palissade
Questo sentiero si sviluppa all’interno di una proprietà privata, quindi è a pagamento. Trovi tutto sul sito ufficiale. Si tratta di sentieri lungo il Rodano, tra cui sorge una torre panoramica di 8 metri e diversi punti di osservazione su sansouïres, giuncaie, paludi e lagune. Detto questo, personalmente lo trovo interessante ma non superiore agli altri percorsi: gli altri non hanno nulla da invidiargli.
4. Étang de Vaccarès
È il più grande lago della Riserva Naturale Nazionale della Camargue. È un sito di importanza cruciale per gli uccelli migratori e per i fenicotteri che vi abitano tutto l’anno. Non è la prima tappa che inserirei per un viaggio di un weekend, ma se avete tempo vi consiglio di prendere la pista sterrata che corre lungo il laghetto di Monro fino a Vaccarès. Molto meno frequentata della strada principale 37 sulla riva nord, questa pista — usata da escursionisti e cavalieri — vi porterà il più vicino possibile al lago e agli animali che vi vivono: cavalli bianchi, tori e fenicotteri. Il punto di partenza è questo parcheggio sulla D85A.

Addormentarsi in Camargue
Di solito non dedico molto spazio agli alloggi: in viaggio, per me, l’hotel è solo il posto dove dormire e ricaricare le energie. Ma in Camargue questa regola non vale. Addormentarsi qui fa parte dell’esperienza — e farlo nel posto giusto può cambiare tutto.
La scelta più autentica che potete fare è un mas, la tipica fattoria camarghese. Oppure direttamente una manade. In entrambi i casi potrete vivere da vicino la quotidianità degli allevatori di tori e cavalli, con un’immersione che nessuna guida turistica può offrire.
Per godere davvero dei silenzi e delle notti camarguesi, il mio consiglio è di cercare un alloggio nella zona est, intorno a Saintes-Maries-de-la-Mer o addirittura nei pressi di Port-Saint-Louis-du-Rhône. Ecco alcune idee.
Le Manade des Baumelles: nei pressi di Saintes-Maries-de-la-Mer, unisce la cultura taurina a un elegante e raffinato ristorante che non potrà deludervi. Potrete vivere un’esperienza camarguese a 360°. Non è propriamente economico, ma dà un’idea del tipo di struttura a cui fare riferimento per un soggiorno autentico.
Le Mas de mon Père: è una versione più semplice, ma ogni volta mi incanta. È un mas tradizionale nel senso più genuino del termine: dormirai in piccole casette che danno direttamente sui prati e sui campi della proprietà. La mattina vi svegliate con i cavalli bianchi davanti agli occhi. È anche perfetto per chi ama il campeggio: è infatti possibile campeggiare nelle zone adibite della proprietà e utilizzare bagni e docce comuni.
Studios MISTRAL21: queste camere non si trovano in un mas, ma nelle antiche case operaie costruite per i lavoratori delle saline. A Salin-de-Giraud, nel mezzo di un paesaggio selvaggio, compaiono file di case in mattoni tutte uguali, circondate da viali alberati perfettamente ordinati. Avrai l’opportunità di vedere un altro lato della Camargue.
Mas Constantin: se viaggiate d’estate o con i bambini e avete bisogno di una piscina per le ore più calde, vi consiglio il Mas Constantin. La piscina è piccola, ma almeno non dovrete rinunciare all’atmosfera della Camargue rifugiandovi in un hotel standard.
Direttamente nelle saline: sia nelle saline di Aigues-Mortes sia in quelle di Giraud è possibile dormire e svegliarsi la mattina circondati da un rosa intenso. Non l’ho fatto personalmente, ma qui potete farvi un’idea:
La Camargue è un territorio bellissimo, ma anche un po’ estremo: vento, sole, acqua e distanze cambiano completamente l’esperienza. Preparare bene la valigia fa davvero la differenza.
- Un ottimo repellente per zanzare è fondamentale. In Camargue vivono decine di specie di zanzare, soprattutto nelle zone umide. Il momento peggiore è il tramonto, quindi è meglio avere sempre con sé un repellente efficace. Io uso questo. In estate, poi, vi consiglio anche di portarvi maglie a maniche lunghe, che possano proteggervi un pochino.
- Porta una giacca a vento anche d’estate. Il Mistral può alzarsi all’improvviso e cambiare completamente la percezione del clima, soprattutto nelle zone aperte e lungo la costa. Ne basta una comoda e facile da riporre nello zaino, come questa. Io ce l’ho ed è super comoda. In inverno o nelle mezze stagioni diventano fondamentali anche un berretto e dei guanti.
- Se vuoi davvero scoprire tutta l’avifauna locale, porta con te un binocolo come questo, piccolo ma utilissimo. Ti permette di osservare fenicotteri, cavalli e uccelli anche da lontano, soprattutto lungo le strade panoramiche e dalle torrette di avvistamento.
- Molte zone della Camargue sono isolate, senza bar o negozi. Inoltre, nei periodi di bassa stagione, non tutti i supermercati e i ristoranti sono aperti. In molti parchi e sentieri, poi, ci sono zone allestite per piccoli picnic, quindi creati sempre una scorta di snacks.
- Camminerai molto, spesso su sentieri o percorsi naturali, quindi utilizzare un paio di scarpe comode, già collaudate, è fondamentale. Tra sterrati, sabbia e passerelle, sono indispensabili. Evita sandali troppo aperti, soprattutto nelle zone umide.
- Una borraccia riutilizzabile è un’ottima alleata, l’ombra non è sempre garantita. Io ne ho comprata una pieghevole in silicone da Natura, ma vedo che spesso è out of stock. Comunque qui ne trovi una simile, permette di ottimizzare lo spazio una volta utilizzata.
- Se pensi di andare al mare, non serve portarsi dietro mezza casa: un telo mare per averlo sempre con me quando viaggio in una città di mare), dei sandali e una borsa pratica sono più che sufficienti.
- Il sole è uno dei protagonisti assoluti, in qualsiasi periodo dell’anno. Un cappello, degli occhiali da sole e una buona crema solare sono indispensabili anche in inverno: in Camargue il sole è sempre vivo e si fa sentire soprattutto durante le passeggiate lunghe. Inoltre, il vento ti richiederà una crema nutriente, nonché un balsamo per le labbra. Io porto sempre con me questa crema , piccola ma super efficace.
- Piccoli oggetti come un power bank possono sembrare dettagli, ma rendono le giornate molto più semplici, soprattutto se si ha il navigatore acceso per orientarsi e si vogliono immortalare in fotografia tutti gli animali, i panorami e i momenti più belli del viaggio. A me hanno regalato questo e mi trovo benissimo. Ma ce ne sono di mille tipi diversi. A prescindere dal modello, te lo consiglio vivamente.
Non serve molto altro. In Camargue non si tratta di avere tutto, ma di avere quello giusto.
La Camargue non è un luogo da conquistare, da “fare” in fretta o da ridurre a una manciata di fotografie belle. È una terra che va ascoltata. Va attraversata piano, lasciando spazio al vento, ai silenzi, alla luce che cambia sull’acqua e a quella sensazione strana di trovarsi in un posto che non somiglia davvero a nessun altro in Europa.
Forse è proprio questo che la rende così difficile da spiegare: la Camargue non si visita soltanto, si assorbe. Ogni volta che si riparte, si porta via molto più di un paesaggio. Ci si porta via un ritmo diverso, colori inaspettati e quel senso di libertà ruvida e autentica — rara e fragile — che merita tutto il nostro rispetto.
